Ci sono bambini ai quali viene chiesto molto presto che cosa vorranno fare da grandi, e ce ne sono altri che, ancora prima di poter rispondere, hanno già imparato quale futuro aspettarsi. Un lavoro, uno stipendio, la fatica, la necessità di adattarsi. E la sensazione che desiderare qualcosa di diverso sia un privilegio, un capriccio o, peggio ancora, un errore.
Il bambino di “Invicta”, il nuovo singolo di Smash Brown prodotto da Kaizén, quel futuro riesce già a vederlo nitidamente.
Non ha ancora il volto di un adulto, ma ne immagina la stanchezza e, in qualche modo, riesce già a coglierne e sentirne tutto il peso. Si vede piegato da lavori di fatica, intrappolato in giornate che si somigliano, costretto dentro un sistema nel quale il confine tra scegliere la propria vita e imparare semplicemente a sopportarla diventa sempre più labile e sottile.
Poi, nel videoclip in bianco e nero diretto da Francesca Ramini, qualcosa si rompe. Alla fine del video, quel bambino compie un gesto crudo e spiazzante: impicca un pupazzo. A morire non è l’uomo che sarà, ma la sagoma che qualcun altro aveva già deciso che sarebbe diventato.
E se quella raccontata da Smash Brown fosse soltanto una paura infantile, probabilmente basterebbe crescere per scoprirla infondata. Ma i dati attuali raccontano che la situazione di partenza continua a incidere in modo tangibile sulle possibilità che incontreremo dopo. Ancora oggi, origine familiare, livello di istruzione dei genitori e condizioni economiche contribuiscono a determinare quanto sia ampio, o ristretto, il ventaglio delle opportunità accessibili.
La fotografia scattata dall’ultimo Rapporto annuale ISTAT sui percorsi generazionali mostra un’immobilità sociale dai tratti quasi ereditari: tra chi cresce in famiglie con un basso livello di scolarizzazione, solo il 17,6% riesce a conquistare un titolo universitario; una percentuale che s’impenna quasi all’75% per i figli di laureati.
Non si tratta di invocare un determinismo cieco, ma di prendere atto dell’evidenza che la linea del traguardo non è uguale per tutti perché non è uguale la distanza che si è costretti a coprire soltanto per rivendicare il diritto alla scelta.
L’intento di “Invicta” non è quello di raccontare la povertà, né quello di anatomizzare la marginalità o di trasformare il lavoro in una condanna, ma di mettere in scena il momento in cui ci si accorge che la traiettoria intrapresa non coincide davvero con la propria volontà, ma con il perimetro che, nel tempo, si è imparato a considerare invalicabile. Una gabbia invisibile che Smash Brown sceglie di frantumare, perché a volte la vita che stiamo vivendo non è quella che avremmo scelto, ma semplicemente quella che abbiamo imparato a ritenere possibile.
«”Invicta” è nato per risvegliare i cervelli – racconta l’artista –. Per parlare a una massa che è stata convinta a non pensare più, assuefatta, quasi anestetizzata. Volevo fare un brano che rompesse, che desse fastidio, che mettesse in discussione un sistema che troppo spesso ci abitua a diventare ciò che ci viene richiesto di essere.»

Classe 1989, figlio di operai, Alem Toniazzo – questo il suo nome all’anagrafe – cresce nel Vicentino e comincia a scrivere i primi testi a tredici anni. Il rap arriva presto e diventa il luogo in cui tradurre quello che vede intorno a sé: il lavoro, le aspettative, il senso di appartenenza e, insieme, la difficoltà di riconoscersi in una strada già tracciata.
In “Invicta” quella provenienza non viene nascosta e si sente tutta. Ci sono la paga minima, la malta, il cantiere; c’è la fatica di chi la pagnotta se la guadagna «nove ore a volta» e c’è persino l’immagine brutalmente concreta di un cantiere dal quale si può uscire in barella. In questo caso, però, non è una metafora. Quando Smash Brown rappa di aver «lasciato metà piede in Svizzera», racconta un episodio reale della propria vita: circa dieci anni fa, durante un lavoro in cantiere, una trave gli cade addosso accidentalmente e l’incidente gli costa l’amputazione di parte del piede. Uno spartiacque personale prima ancora che artistico, perché Alem racconta che proprio da quel momento comincia a prendere davvero sul serio la musica: non più soltanto come spazio di sfogo o vocazione tenuta ai margini, ma come qualcosa a cui decidere finalmente di dare forma.
“Invicta” nasce anche da qui, da un corpo che porta concretamente i segni del lavoro e da una vita che, dopo quell’incidente, prende una direzione diversa. Un pezzo duro, fisico, attraversato da un flow serrato e da una scrittura che porta la frustrazione là dove nasce, senza cercare di romanticizzarla o edulcorarla: dentro le case, nelle famiglie, nelle aspettative sociali e nel timore di non riuscire a trasformare una vocazione in una possibilità effettiva. E in una domanda di fondo che attraversa tutto il pezzo: quanto costa continuare ad ascoltarsi quando la vita sembra suggerirti che sarebbe molto più semplice smettere?
In questo interrogativo il DNA operaio di Smash Brown incontra la natura più profondamente esistenziale del brano, quella di non rifiutare le proprie origini, ma di non lasciare che siano loro – o qualunque altra condizione di partenza – a stabilire fino a dove sia lecito immaginare il futuro.
Una presa di coscienza che si riflette direttamente sulla sua identità artistica.
Nel 2016 Alem fonda i DNrimA con il fratello Christian, collezionando palchi, contest e vittorie, ma attraversando anche interruzioni e passaggi complessi, fino all’avvio del percorso solista nel 2024. È in questa fase che Alem, il suo nome anagrafico utilizzato fino a quel momento anche come nome d’arte, smette di rispecchiarlo. Alem sente il bisogno di una nuova firma e pensa inizialmente a Smash Bronson. Sarà poi il suo produttore, Kaizén, quasi per una svista verbale, a restituirglielo trasformato: Smash Brown. Due parole che, pronunciate insieme, suonano immediatamente giuste e che finiscono per contenere, quasi per coincidenza, diversi richiami alla sua identità musicale.
Smash porta con sé un riferimento preciso alla storia della boxe: The Smash era il nome che il peso massimo Donovan “Razor” Ruddock aveva dato al suo colpo più celebre, un ibrido tra gancio e uppercut lanciato lungo una traiettoria anomala e reso noto dalla potenza con cui riusciva ad andare a segno.
Poi c’è Brown. Per chi conosce la storia del rap italiano, il pensiero corre quasi inevitabilmente a Primo Brown, tra le figure che hanno contribuito a diffondere e consolidare la cultura hip hop nel nostro Paese e indimenticata voce dei Cor Veleno. Andando più a ritroso, quella stessa parola conduce a James Brown, artista decisivo per quell’attenzione al ritmo, al break e al groove dalla quale l’hip hop avrebbe poi attinto per decenni attraverso campionamenti, scomposizioni e riletture. Ma brown è anche, semplicemente, un colore: terroso, scuro senza essere nero, denso, composto da sfumature differenti che, sovrapponendosi, generano una tonalità difficile da ridurre a una sola componente. Ed è forse proprio quest’ultima associazione quella che finisce per aderire meglio alla musica di Alem: cupa senza utilizzare l’oscurità come maschera, dura senza rinunciare alla profondità, tecnica senza ridursi a un esercizio stilistico fine a sé stesso.
Un’attitudine sonora e concettuale che si condensa pienamente in questo nuovo tassello del suo percorso.
Il nuovo singolo, infatti, anziché celebrare chi “ce l’ha fatta”, parla a chi sa quanto poco sia bastato, in certi momenti, perché la propria vita prendesse tutt’altra direzione. “Invicta”, del resto, significa letteralmente non vinta, non conquistata. Un termine latino che rappresenta perfettamente il messaggio del pezzo, perché il punto non è vincere contro qualcuno, ma riuscire a non consegnargli la propria possibilità di scegliere.
Nel videoclip, interamente in bianco e nero, realizzato da Francesca Ramini, il protagonista è un bambino, di cui non vediamo mai il volto. Potrebbe essere Alem. Potrebbe essere uno dei ragazzi ai quali oggi viene chiesto di adattarsi ancora prima di avere scoperto a cosa. Potrebbe essere il bambino che ciascuno è stato prima di imparare quali desideri fossero considerati realistici e quali no. Il pupazzo che compare nel filmato diventa così la rappresentazione più semplice e feroce dell’intero meccanismo: un corpo mosso da altri, al quale qualcuno assegna gesti, direzione e destino. Alla fine il bambino lo impicca. Non perché “Invicta” voglia offrire una risposta, né perché basti ribellarsi per cambiare le proprie condizioni, ma perché prima di costruire una vita diversa occorre almeno accorgersi dei fili che la sostengono e la direzionano.
«Questo brano rappresenta la ribellione interiore che mi accompagna da quando ne ho memoria – conclude Smash Brown –. Vorrei che soprattutto le nuove generazioni capissero che sentirsi diversi, non riconoscersi nel gruppo o non riuscire ad adattarsi a ciò che sembra già stabilito non è necessariamente qualcosa di cui avere paura.»
“Invicta” non dice che tutti debbano lasciare un lavoro, non suggerisce che una professione valga più di un’altra e non trasforma la fatica operaia in un nemico. Dice che nessuna vita dovrebbe essere accettata soltanto perché sembra essere l’unica disponibile.
A tredici anni Alem scriveva rime. Ha lavorato, aspettato, attraversato cadute e ripartenze. Avrebbe potuto smettere molte volte, accettare che quella vocazione rimanesse ai margini della sua vita e che il resto fosse già sufficientemente scritto. Non l’ha fatto. E in questa tenacia “Invicta” trova il suo significato: non nella retorica di chi sostiene che basti volerlo, né nella celebrazione consolatoria di chi “ce l’ha fatta”, ma nella scelta ostinata di continuare a riconoscersi anche quando sarebbe stato più semplice adeguarsi.
Oggi Alem porta nella propria musica tutto quello da cui proviene, senza rinnegarlo e senza permettere che diventi un confine. La fabbrica, il cantiere, la fatica, la famiglia, gli anni trascorsi a cercare uno spazio per ciò che sentiva di dover fare non restano fuori dalla sua storia artistica, ma ne diventano parte. Ed è così che Smash Brown trasforma il DNA operaio in un banger esistenziale contro l’anestesia di massa. Non per raccontare che esista una via d’uscita uguale per tutti, ma per ricordare che, prima ancora di trovarla, bisogna accorgersi di avere ancora il diritto di cercarla.
